Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra. – Margherita Hack
Il 10 ottobre ricorre la Giornata Mondiale della Salute Mentale e quest’anno il CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi), in conseguenza a tutto ciò che sta accadendo intorno a noi, ha dedicato questo giorno alla PACE. Le manifestazioni di solidarietà di queste settimane stanno risvegliando dentro molti di noi la speranza, il pensiero critico, la responsabilità civile, la solidarietà e la fiducia reciproca nell’azione comune. La violenza, di qualsiasi genere, contro un altro essere è qualcosa che riguarda ognuno di noi, il suo dolore diventa il nostro dolore, e se ci rendiamo conto di vivere in un mondo dove ancora i diritti umani fondamentali non sono così certi, allora questo deve diventare un problema di tutti, poiché lo è a tutti gli effetti.
Prendere atto dell’ingiustizia di comportamenti disumani sta scuotendo la nostra umanità. Nel suo significato d’insieme “essere umani” si riferisce, non solo alla nostra natura stessa ma anche al senso di umanità, ovvero l’insieme dei sentimenti di gentilezza, comprensione, compassione e solidarietà verso gli altri esseri umani che si manifesta nel trattare gli altri con rispetto e dignità, riconoscendo l’importanza di valori morali su cui edificare una società giusta. Tutto in natura vive secondo le proprie leggi silenziose, ogni essere sa esattamente cosa fare e come muoversi in armonia col mondo, ma questo non sempre vale per l’essere umano. Dentro di noi esistono ombre da conoscere e far emergere affinché non prendano il sopravvento, istanze che ci possono spingere alla paura, all’odio, all’indifferenza, all’aggressività, al piegarci di fronte all’autorità, anche se ne non condividiamo gli obiettivi o le modalità.
E non vale solo per ogni forma di violenza ma anche per la nostra quotidianità e per il modo in cui ci relazioniamo ogni giorno con le altre persone poiché portare pace è un lavoro che si realizza ogni giorno, dal nostro piccolo ad azioni su larga scala, e sarà proprio portare umanità in ogni circostanza della vita che farà davvero la differenza su tutti i fronti e nel lungo termine.
Cosa porta alla guerra? E cosa può permetterci di lavorare quotidianamente su questi concetti?
LE MOTIVAZIONI ALLA GUERRA
Si giunge alla guerra quando il contrasto di interessi economici, strategici, ideologici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata attraverso la diplomazia, o quando almeno una delle parti percepisce l’inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi. I principali presupposti che la generano sono spesso dati da interessi geopolitici ed economici, il cui obiettivo è conquistare nuove terre, ingrandire o proteggere i propri territori nonché difendere la propria cultura, religione e popolo, ma anche al fine di applicare le proprie idee e leggi o, in altre parole, per il bisogno di imporre il proprio potere e la propria autorità. Da un’analisi psicologica, in molti casi, al fine di attuare l’autorità vengono utilizzati metodi che inducano indifferenza, deresponsabilizzazione, paura, odio e sfiducia tra i popoli attraverso la strumentalizzazione di ideologie, propaganda e persuasione.
Nel tempo sono stati molteplici gli studi psicologici che hanno indagato questi fenomeni:
- L’effetto Milgram (1961): nell’esperimento sull’obbedienza all’autorità di Stanley Milgram i partecipanti erano chiamati a somministrare scosse elettriche da un’autorità (lo sperimentatore) ad un altro individuo (in realtà, un attore) in seguito a un suo errore. L’autorità ordinava al partecipante, ignaro che fosse tutto fittizio, di attivare scosse di intensità crescente fino ad essere potenzialmente letali e, nonostante le proteste e le sofferenze della vittima/attore, circa il 65% dei partecipanti proseguì fino alla massima intensità, dimostrando il potere dell’obbedienza all’autorità sulle azioni individuali, che può prevalere su norme personali, etiche e morali.
- La banalità del male (1963): l’analisi di Hanna Arendt aveva come obiettivo quello di capire come persone “ordinarie” potessero giungere ad atti atroci. Ciò che emerse fu l’ipotesi secondo la quale un individuo possa arrivare ad atti estremi in maniera “non intenzionale”, ovvero limitandosi ad eseguire un compito, qualunque esso sia, in seguito a un comando, proprio come nell’esperimento precedente. L’autrice sintetizzò questo concetto nella formula “la banalità del male”, intendendo con questo il fatto che una persona, anche se non intrinsecamente cattiva, può fare del male se si limita ad eseguire un comando in modo indifferente e deresponsabilizzato senza riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni . In questo senso l’unico limite al male è il risveglio della responsabilità personale e del pensiero critico che permettono, non solo, di discernere tra bene e male o tra giusto e sbagliato, ma anche di costruire la propria identità personale, senza soccombere all’autorità o al conformismo del pensiero di gruppo.
- La prigione di Stanford (1971): nell’esperimento della prigione di Stanford di Philip Zimbardo fu coinvolto un gruppo di studenti universitari al fine di verificare come le persone si potessero adattare ad un contesto carcerario simulato. Ad una parte del gruppo venne chiesto di interpretare le guardie e all’altro i prigionieri. Ciò che accadde fu che i “carcerieri” divennero progressivamente più violenti e sadici, mentre i “prigionieri” svilupparono segni di depressione e sottomissione. L’escalation di comportamenti aggressivi e disfunzionali fu tale che l’esperimento fu interrotto dopo solo 6 giorni, anziché i 14 previsti, mostrando come individui “normali”, messi in contesti di potere autoritario, possano rapidamente interiorizzare un ruolo, anche se lontano dalla propria natura, e possano compiere atti di crudeltà quando si conformano e si sentono parte di un gruppo che deumanizza e colpevolizza la vittima (victim blaming) poiché la responsabilità personale nel gruppo può annullarsi facendo venire meno la propria morale.
La guerra è un contesto in cui l’obbedienza all’autorità, sia essa di una causa ideologica, di una nazione o di un capo, può portare le persone all’indifferenza, alla deresponsabilizzazione ad aderire a un ruolo, al conformismo, ad eseguire ordini e compiere atrocità, anche se consapevoli della crudeltà dei loro atti e delle conseguenze morali. Inoltre, le guerre spesso sono alimentate da ideologie che enfatizzano l’identità collettiva e un senso di “noi contro loro”, dove loro, anche se vittime, assumono l’identità di nemici che devono soccombere. Questa polarizzazione tra gruppi può innescare conflitti, facendo sembrare giustificato l’uso della violenza e azioni disumane, legittimate da ordini superiori o ideologie.
E attenzione, tutto questo non vale solo per guerre e violenze, questo succede anche nel nostro quotidiano, in famiglia, sul lavoro, nelle relazioni interpersonali, pertanto è davvero importante fare in modo che pensiero critico, senso di giustizia e azione solidale siano sempre accesi. Inoltre, vivere in contesti che percepiamo come insicuri o minacciosi e il perpetrare della violenza può agire sulla nostra neurobiologia e influenzare le generazioni future.
Quali possono essere le conseguenze?
LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA: NEUROBIOLOGIA ED EFFETTI DEL TRAUMA
Dal punto di vista evolutivo, alcuni studiosi suggeriscono che la guerra possa essere vista come una manifestazione dell’istinto di sopravvivenza. Esplorando una visione più neurobiologica, l’istinto di sopravvivenza risiede nel nostro sistema nervoso: i conflitti innescano meccanismi profondi che confondono lucidità e ragionamento. Secondo la teoria del cervello tripartito (McLean, 1985), il cervello umano è composto da tre strutture principali, ciascuna di esse con un’evoluzione separata e deputata a diversi tipi di comportamenti:
- Il cervello rettiliano (o cervello primitivo) è il più antico, deputato al riconoscimento della minaccia e anche alla base di risposte più primitive che innescano reazioni di attacco-fuga. Governa funzioni basilari come la sopravvivenza, la riproduzione e il territorio ed è responsabile di comportamenti istintivi legati al dominio e alla difesa del territorio, quindi, quando stimoli esterni minacciano la sicurezza, esso si attiva, spingendo gli individui a rispondere con rabbia e aggressività (attacco) o con paura e congelamento (fuga).
- Il cervello o sistema limbico è la sede delle emozioni, dove l’amigdala ed altre aree lavorano per la nostra protezione ed entrano in allerta qualora riconoscano elementi memorizzati che possono essere pericolosi o spiacevoli per noi stessi. È fondamentale per la gestione del rischio e per il nostro comportamento in contesti relazionali ma, in guerra, esso può essere facilmente stimolato da paure collettive, rabbia e desiderio di vendetta, portando a dinamiche emotive che favoriscono la mobilitazione verso il conflitto.
- La corteccia cerebrale o neocorteccia la parte più recente dal punto di vista evolutivo e, di solito, tale area è coinvolta nelle funzioni cognitive superiori, come il ragionamento e la pianificazione ma, in situazioni di conflitto, essa può essere influenzata dall’allarme dei sistemi precedenti impedendo di elaborare l’informazione ed emettere connessioni e ragionamenti che abbiano senso critico e oggettivo. Inoltre, quando le persone affrontano la guerra, la neocorteccia può essere influenzata dalla propaganda, dalle ideologie e dalle giustificazioni morali che, a quel punto, legittimano l’uso della violenza.
Un’ulteriore riflessione in merito deriva dalla teoria polivagale di Porges (2014) che mira a spiegare le reazioni dell’uomo in situazioni di pericolo tramite una capacità definita neurocezione, ovvero l’abilità del sistema nervoso di identificare in maniera automatica le caratteristiche ambientali sicure, quelle pericolose e quelle che rappresentano una minaccia per la vita stimolando l’adozione di comportamenti appropriati sulla base di tale valutazione. Centrale nella comprensione della teoria è il funzionamento del nervo vago che crea un collegamento diretto tra il cervello o Sistema Nervoso Centrale (SNC) e il Sistema Nervoso Autonomo (SNA), sistema deputato, appunto, alle risposte automatiche che differiscono tra loro a seconda dell’attivazione di uno dei due sistemi del SNA: il sistema parasimpatico e il sistema simpatico. Il sistema parasimpatico si attiva sia in contesti sicuri innescando risposte di calma e coinvolgimento sociale sia in contesti minaccia per la vita inducendo blocco e immobilizzazione. Il sistema simpatico, invece, si attiva in contesti di pericolo e le sue risposte sono di mobilizzazione, da una parte la fuga e dall’altra la lotta. Risulta chiaro come in situazioni conflittuali, dove la nostra neurocezione viene continuamente messa in allerta da stimoli di pericolo, il nostro organismo si prepara alla difesa e all’azione.
Un’ultima analisi riguarda ciò che il conflitto genera a livello collettivo e, a questo proposito, è fondamentale parlare del concetto di trauma collettivo che indica un turbamento profondo causato da un evento scioccante di grande entità, come una catastrofe naturale o una guerra, che coinvolge un’intera collettività. Le ripercussioni emotive possono essere diverse, dalla rabbia, alla depressione, al diniego, al senso di colpa, specialmente da parte dei sopravvissuti nei confronti delle vittime, e possono emergere conflitti interiori individuali, disturbi psico-fisici cronici e sindromi post-traumatiche. Inoltre, il trauma può non influenzare solo la qualità della vita e l’emotività di chi lo subisce, ma può essere tramandato di generazione in generazione definendosi trauma intergenerazionale. Esso si riferisce al modo in cui i traumi psicologici vissuti da una generazione possono essere trasmessi alle generazioni successive. In altre parole, le esperienze di sofferenza, violenza e perdita di una generazione, come quelle vissute durante una guerra, possono influenzare la cultura, la società, la biologia, la salute psicologica, i meccanismi emotivi e comportamentali dei successori, anche se questi ultimi non hanno direttamente vissuto quelle esperienze. Conoscere questi meccanismi offre una comprensione più ampia di come la guerra e le sue conseguenze possano modellare le società e le vite individuali per molte generazioni. La trasmissione del trauma attraverso meccanismi sociali, biologici e psicologici, mostra che il conflitto non solo distrugge nel presente, ma crea anche cicli di sofferenza che possono essere trasmessi nel tempo. Comprendere questo fenomeno è fondamentale per promuovere il superamento del conflitto, la guarigione psicologica e la costruzione di un futuro di pace.
In definitiva, della guerra beneficia momentaneamente solo chi l’ha desiderata ma nessuno nel lungo termine. Infatti, sebbene alcuni possano trarre vantaggio temporaneo dalla violenza e dal conflitto, i costi umani, psicologici, sociali ed economici sono troppo alti. Le cicatrici lasciate dalla guerra sono difficili da guarire e si estendono ben oltre la fine del conflitto. Le generazioni future possono essere segnate dal trauma e continuare a soffrire gli effetti del conflitto, a meno che non venga intrapreso un serio processo di guarigione collettiva. Se non si interrompe il ciclo della violenza, si perpetua la sofferenza. Quindi, la vera vittoria non è di chi vince ma è quella che si raggiunge con la pace, il perdono e la ricostruzione, per porre le fondamenta di una società in cui il dialogo e la comprensione possano sostituire il conflitto e la divisione.
Cosa fare ogni giorno per riportare la pace nelle nostre vite?
COSA CI PUÒ PERMETTERE DI COSTRUIRE UN FUTURO DI PACE
- Superare l’indifferenza, ciò che ci succede intorno riguarda tutti, ciò che subisce un essere umano rappresenta ciò che potrebbe subire ognuno di noi,
- Aiutare gli altri a superare indifferenza e paura, non giudicare o aggredire chi non vede la realtà ma offrire strumenti per farlo, affinché ci possano unire e non dividere.
- Recuperare la propria responsabilità personale e sociale.
- Far emergere consapevolezza e pensiero critico, non cedere passivamente all’autorità.
- Sostenere i principi di libertà e rispetto dei diritti umani e civili.
- Praticare ogni giorno gentilezza, compassione, solidarietà e perdono.
- Agire sempre con assertività e allenare capacità di gestione costruttiva del conflitto.
- Superare il senso d’impotenza unendosi in azioni collettive condivise.
- Non far spegnere mai la speranza.
Queste qualità sono, a mio avviso, un vero e proprio cambiamento di paradigma. In una società che lavora attivamente per coltivarle, la pace non è solo un’assenza di guerra, ma un modo di vivere quotidiano. La pace interiore di ciascun individuo si riflette nella pace collettiva, poiché ciascuno di noi ha il potere di contribuire al benessere e alla tranquillità degli altri. Lavorare su questi aspetti, non solo, rinforza il legame sociale, ma crea anche territorio fertile per prevenire i conflitti, affrontare le difficoltà e costruire una società resiliente e più pacifica. Non sono qualità facili da raggiungere, ma è proprio attraverso il loro impegno quotidiano che possiamo, passo dopo passo, costruire un mondo migliore.
Una volta una mia giovane e brillante paziente mi disse: non è che voglio fare la guerra solo perché ho la guerra dentro? Semplicemente illuminante. Pensateci bene, quando siete in pace con voi stessi avete voglia di fare la guerra con gli altri?
Non ricercare un salvatore all’esterno, ognuno di noi è il salvatore di stesso.
E di conseguenza degli altri.
Con tanto amore,
Marica
Bibliografia
- Arendt, H. (2022), La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Traduzione di Piero Bernardini, Feltrinelli, Milano.
- Fisher J.(2017), Guarire la frammentazione del sé, Raffaello Cortina Editore, Milano.
- Porges, S., La Teoria Polivagale, Fioriti Editore, Roma, 2014
- Liss J., Stupiggia M., Dalla sofferenza all’emozione – L’approccio biosistemico al trattamento psico-corporeo della sofferenza emotiva, Franco Angeli, Milano, 2018.
- Milgram S. (1974-2003), Obbedienza all’autorità, Einaudi Editore, Torino.
- Van der Kolk B. (2014), Il corpo accusa il colpo, Cortina, Milano.
Sitografia
